DAMMI UNA MANO, la recensione

dammi

 

Partiamo da quanto già si sa. Che è già molto. Dammi una mano, opera prima di Raffaella Covino, è un piccolo miracolo. Un film che se ne sbatte delle distanze e dei costi: a chilometro e budget zero. Eppure, a guardarlo, non si direbbe. E questo è l’altro, grande miracolo, che rende il precedente quasi superfluo. Dammi una mano è un film qualitativamente ben fatto e decisamente ben recitato.

Raffaella Covino racconta una storia molto attuale immergendola però in un contesto locale che ne amplifica la portata nel momento stesso in cui si concentra su una realtà di provincia dove, e nel film è un leit-motive che ritorna, “non succede mai nulla”. Per questo ciò che accade alla dottoressa Caterina Fiorucci (Ilaria Falini), psicologa affermata e moglie (apparentemente) appagata – uno scandalo professionale – è il riflesso sgrammaticato di un mondo che cerca di darsi un tono fregandosene della sostanza e continuando a cozzare sulla sottile patina dell’apparenza.

Caterina è stata una baby-eroina. Ma ora il suo essere speciale, la sua illusione di autosufficienza è qualcosa che crede di possedere, ma che, nella realtà, è un semplice riflesso appeso al muro del proprio studio. Lei, come le sue due più care amiche, con le quali (in un gioco delle parti che fa molto Sex and the City) condivide chiacchiere e pranzi veloci, crede di avere la situazione costantemente sotto controllo, convinta che le parole – al caso -, il ragionamento, saranno in grado, sempre, di rimettere in sesto qualsiasi tentativo di deriva.

Così, nel momento in cui la crisi arriva, Caterina si lascia travolgere. Ogni punto fermo, saltando, si tira dietro un’altra solida certezza. E allora le parole tanto utili a dare conforto e sostegno agli altri sembrano non bastare più per giustificare e spiegare il proprio, personale, dramma. E’ tempo di guardarsi davvero intorno, di tendere le mani, per vedere chi davvero avrà la pazienza di stringerle, scaldarle, dedicargli la più perfetta delle manicure.

Raffaella Covino sa cosa vuole. La camera si muove sicura fin dal primo fotogramma, entrando, quasi gattonando, nel mondo infantile di Caterina, e mostra punti di vista mai banali. Come davvero apprezzabile è la capacità di cambiare registro senza scivoloni melensi o situazioni grottesche. E poi cita, la Covino, e lo fa in modi niente affatto scontati (come quando nel momento chiave del film, lo svelamento del mistero arriva dal televisore appeso in un locale, in maniera identica – udite, udite – al The Game di David Fincher).

In fondo Dammi una mano è un gioco. E come ogni gioco che si rispetti ha bisogno di attori all’altezza. Caterina indossa la propria parrucca platinata ed è finalmente pronta a gettarsi nel rumoroso marasma di una festa in maschera, ormai sicura che la vita, quella vera, non dovrebbe essere poi tanto diversa da così. Magari solo un po’ più noiosa. Ma solo un po’.

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